Persefone, Colei che porta la luce

   

Oh figlia degli déi, l’abisso ha dei terrori e dei fremiti

che il cielo non conosce

ma non comprende il cielo

chi non ha attraversato la terra e l’inferno

(Così sussurrava nei Misteri Eleusini Eros a Persefone)

Persefone, chiamata Proserpina (ovvero “primo serpente”) dai romani, fa parte della seconda generazione degli dei: è infatti figlia di Zeus, dio dell’Olimpo, e Demetra, dea della terra, dei raccolti e della procreazione. Nella mitologia greca, veniva chiamata anche Kore (fanciulla senza nome) delineando un doppio aspetto: eterna figlia della madre da un lato e dall’altro, regina degli inferi e sposa di Ade.

Storia del Mito

Chi era Persefone? Prima di diventare regina, Persefone era una fanciulla, ingenua ed ignara, chiamata appunto “kore” (bocciolo) che amava giocare con le ninfe, sue compagne, nei luoghi incantati dell’Olimpo, dove la madre, sempre presente, la osservava. Un giorno, mentre correva nel prato, Kore fu attratta da un fiore unico, di colore nero, un narciso. Ella fu presa da così tanta invidia per la bellezza di quel fiore che volle raccoglierlo per farla sua. In quel preciso istante però, la terra si spaccò in due, e dal buio apparve Ade, il dio degli Inferi, sopra una carrozza trainata da neri cavalli, il quale la rapì, per sempre. Kore fu così costretta a separarsi dalla madre e a fare esperienza della solitudine, della morte e della sofferenza. Tutto questo dolore farà della fanciulla inconsapevole la Regina degli inferi. Dopo che Persefone accettò i chicchi di melograno offerti da Ade, la dea poté fare ritorno dalla madre, ma lo fece trasformata: finalmente divenne donna e sposa consapevole. Il mito racconta poi, che da quel momento, Persefone si ricongiunse alla madre solo dalla primavera all’autunno, per poi ridiscendere nell’Ade, tra le braccia del marito. E ogni anno, la dea va e viene dal mondo di sotto al mondo di sopra, generando così il cambio delle stagioni.

demetra e persefone

L’archetipo di Persefone

Per Jung, nessun archetipo è riducibile a semplice formula. L’archetipo è come “un vaso, che non si può svuotare né riempire mai. […] Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni. Gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente” (Jung, C. G. 1940, pag. 172). Anche l’ambiente e le dinamiche socio-culturali influenzano notevolmente lo sviluppo di un archetipo, determinandone modi e contenuti espressivi. Tuttavia, in quanto forze o energie inconsce, gli archetipi sono in grado di modellare la personalità umana, di condizionarne i comportamenti, di determinare i rapporti con gli altri e le reazioni umane all’interno di una circolarità fra geni, individuo ed ambiente. Secondo J. S. Bolen, esistono nell’inconscio collettivo della donna sette archetipi diversi, divisi in due gruppi di categorie di dee (le vergini e le vulnerabili), più un’altra categoria, quella della dea alchemica, appartenente alla sola Afrodite. Questi archetipi femminili influenzano la donna (ma anche l’uomo) e, ogni donna e ogni uomo agisce inconsapevole di questo condizionamento, finchè non scopre qual è l’archetipo che lo domina e possiede. Ogni donna deve riconoscere e accettare quale archetipo di base ha preso in mano il potere sulla propria vita, e scoprire gli aspetti di luce e di ombra presenti in ciascuna. Altrimenti, gli dei/le dee si trasformano in malattie. Ogni donna – scrive Bolen- ha in sé doni profusi da una dea, che deve saper accettare con gratitudine e devozione: ogni archetipo è una fonte di conoscenza e ricchezza indescrivibile. Persefone appartiene al gruppo delle dee vulnerabili, insieme ad Era e Demetra. A differenza delle dee vergini (Atena, Artemide ed Estia), indipendenti ed autonome, le dee vulnerabili sono spesso state vittime e dipendenti, non possono vivere da sole e per se stesse ma hanno bisogno dell’altro/a per sentirsi pienamente realizzate. Bolen individua, inoltre, due modalità diverse di usare la coscienza: il modo tipico delle dee vulnerabili è quello della coscienza diffusa, descritta come la luce di una calda lampada da salotto, che getta il suo calore e illumina tutto ciò che tocca. La coscienza diffusa non è concentrata su obiettivi esterni, come un raggio laser (tipico delle dee vergini), ma è come una dolce luce soffusa, in grado di raggiungere in modo avvolgente tutte le cose a lei vicine. Per questo loro modo di relazionarsi e agire, le dee vulnerabili sono capaci d’intimità e di relazioni affettive intense, profonde. Tuttavia, hanno anche molti limiti che possono allargare imparando a conoscere ed integrare le caratteristiche delle dee vergini. Più aspetti di noi conosciamo, più possiamo essere creative nei confronti di noi stesse e della vita che facciamo ogni giorno. Come dice B. Munari, “il prodotto della fantasia, come quello della creatività e dell’invenzione, nasce da relazioni che il pensiero fa con ciò che conosce, non con ciò che non conosce”.

Fiori-colorato

L’identificazione con l’archetipo

Psicologicamente, l’archetipo di Persefone dona alle giovani donne la calma, la ricettività, la timidezza, l’arrendevolezza e la passività. Caratteristiche ben presenti nelle fanciulle, specie di qualche secolo fa, e percepite, dalle donne stesse, come qualità negative rispetto alle caratteristiche di forza e di efficienza tipiche della nostra società.

La donna che incarna questo archetipo vive un duplice ruolo: è fragile, insicura, eterna adolescente, indecisa e bisognosa di conferme da parte o di una madre di solito molto ingombrante o di un compagno paterno che si prende cura di lei (non di rado si innamora di uomini molto più grandi) oppure sviluppa una sensibilità verso gli altri, specie se sono state vittime di episodi fortemente dolorosi o difficili, e diviene un’ottima conoscitrice della psiche umana adoperandosi, con grandi risultati, nella relazione d’aiuto, guidando le persone verso un percorso di “risalita dagli inferi”. Come Persefone, regina degli inferi, rappresenta la capacità di muoversi tra la realtà egoica oggettiva e la realtà inconscia della psiche. La donna Persefone può essere influenzata da uno dei due aspetti (aspetto Kore o aspetto Persefone), passare dall’uno all’altro, oppure averli entrambi dentro di sé.

Per Kerenyi, la dea Core ci avvicina ad un’idea mitologica primordiale che ha a che fare con l’immagine del fiore che sboccia: la capacità di schiudersi e di svilupparsi, da un lato; dall’altro, quella di racchiudersi e formare in sé un cosmo primordiale (Jung, Opere, vol. 9, tomo 1, pag. 180, 1980). Questo doppio aspetto ce lo svela anche Jung quando sostiene che ogni donna si amplia per un verso nella madre e per un altro nella figlia: da questa consapevolezza nasce nella donna un primo passo verso l’esperienza immediata e il senso d’immortalità. L’elemento “madre terra” (Demetra) assume un posto centrale nella psicologia inconscia femminile, spesso potente. Ciò rivela che tale aspetto nella coscienza delle donne è invece debole e necessita di un rafforzamento.

La donna Persefone-kore è caratterizzata da un istinto debole che la porta ad essere passiva, a non prendere decisione, a stare in disparte: Kore non è predisposta ad agire ma ad essere agita dagli altri. Per lei, è fondamentale compiacere alla madre, essere una brava bambina, ubbidiente ed accondiscendente. In una relazione simile, la fanciulla non può che restare inconsapevole: vive in un mondo incantato, dove non sa bene chi è e nemmeno se lo chiede più di tanto. E’ ignara della sua bellezza e, proprio per la sua innocenza, incanta; è solare, vive di una luce interiore di cui è inconsapevole. Tutto ciò che è materiale, terreno, a lei non interessa; vive nella certezza che saranno gli altri a prendersi cura di lei, perché teme le responsabilità e non sa prendersene. Dotata per natura di grande ricettività e flessibilità, si adatta completamente all’ambiente in cui vive e cresce senza una sua vera identità.

La donna, identificata in Persefone-Kore, è come un camaleonte, non prende iniziative, non sceglie, segue la corrente, trainata da forze esterne; è una donna passiva, che si adatta a qualunque circostanza, nella speranza che qualcuno o qualcosa le trasformi la vita. Vive nell’attesa, come nelle fiabe dove Cenerentola aspetta il Principe Azzurro. Nel suo aspetto esteriore appare solitamente come una giovinetta molto timida, quasi inafferrabile e magnetica, ed ispira tenerezza, dolcezza, protezione. Gli uomini che attrae sono di solito di tre diverse categorie: i giovanissimi, come lei; gli uomini forti e determinati, attratti dalla sua innocenza; e quelli molto più grandi, che sperano di vivere attraverso lei una seconda giovinezza o che temono le donne forti e sicure di sé. Sente il matrimonio come una morte psichica, per questo lo rifugge. La sua vita scorre via come una grande illusione che il tempo non passerà mai e che non invecchierà.

In “Aspetto psicologico della figura di Core”, Jung (1941) sostiene che tale figura si presenta o sotto forma di Sé, che descrive come la personalità sovraordinata, che è l’essere umano totale, come realmente è, o sotto forma di Anima, che invece rappresenta una sola parte della psiche. Nella donna, l’archetipo di Core appare sdoppiarsi, è madre e fanciulla insieme: il carattere doppio è un aspetto tipiche di tutte le figure psichiche, scrive Jung. Il Sé, in quanto archetipo del processo d’individuazione, spinge all’autorealizzazione; all’opposto l’Anima, che corrisponde alla parte femminile dell’inconscio dell’uomo, produce, se proiettata nella donna, la quale può assumerla inconsapevolmente su di sé, una stasi evolutiva, un blocco psicologico. Harding, e prima Jung, chiama le donne con tali caratteristiche “donne anima”, descritte come coloro che si adattano completamente ai desideri dell’uomo, non avendone di propri e che si annullano per lui. Le donne così fanno tutto per l’uomo: si fanno belle per lui, tentano di affascinarlo e di compiacerlo. Non avendo nessuna consapevolezza della propria soggettività, la femme a homme assume su di sé le proiezioni dell’immagine inconscia che un uomo ha della donna e inconsciamente si conforma a tale immagine. Ester Harding descrive tre diversi stadi evolutivi dell’essere umano e della donna. Il primo è chiamato ingenuo ed è tipico delle donne allo stato di natura, dove prevale la componente inconscia. Questa fase di primitiva unione con la natura è interrotta dalla nascita dell’io, che segna un primo passo di sviluppo verso la coscienza. Entriamo così nella fase egocentrica, in cui l’essere umano incomincia a conoscersi e ad utilizzare le proprie risorse per soddisfare i propri istinti e i propri desideri. Al predominio dell’io può però sopraggiungere un terzo, nuovo fattore, che si sostituirà ai valori precedenti, rimpiazzando la supremazia egoica. Così inizia il terzo ed ultimo stadio, quello della coscienza vera e propria, in cui le risorse dell’io non vengono più utilizzate per ottenere scopi personalistici ed egocentrici, bensì verso qualcosa che trascende l’io personale. Scrive Harding: “Nel primo stadio, l’ingenuo, la donna è una creatura naturale ed istintiva, ogni sua azione è la manifestazione innocente dell’istinto femminile. Tutta la sua attenzione, sebbene non ne sia conscia, è rivolta a produrre certi effetti sull’uomo. Nella sua ingenuità, non ha alcuna coscienza delle sue azioni e dei loro moventi […] Essa è proprio la creatura femmina, inconscia di sé e innocente come gli animali. […] E’ un prodotto diretto della natura e perciò non sa mai prima ciò che vuole. E’ ambigua, <>. Gli opposti dormono in lei l’uno accanto all’altro e gliene deriva una certa ambivalenza come è della natura. L’uomo sente in lei la propria anima e cerca di unirvisi; anche la sua anima è ambivalente come la natura. Così l’ambiguità della donna corrisponde ad un’esigenza dell’uomo” (pagg. 21-26). La sua ricettività, la porta ad essere duttile, flessibile, a conformarsi a tutto quello che un uomo vuole che lei sia. Benché le piaccia piacere, manca di passione e la sessualità in lei rimane sopita, almeno finché non rimane identificata in kore. La fragilità e il suo carattere remissivo, indeciso e incostante la portano ad essere instabile, a perdere il centro di sé stessa, ad iniziare e ad abbandonare progetti, a cui non crede abbastanza o in cui non riesce ad impegnarsi, per mancanza di determinazione. Qualsiasi cosa faccia è come se non lo facesse per davvero. La realtà con la sua crudezza le fa paura. Così si ritrae in un mondo ricco di fantasie ed illusioni. Meno caratterizzata e meno definita di tutte le altre dee, ciò che la contraddistingue è la mancanza di orientamento e di iniziativa. Solo se la donna raggiunge anche il terzo stadio, quello della coscienza, gli impulsi naturali potranno essere sostituiti da un nuovo valore accolto dalla donna come più degno e significativo dell’istinto biologico. Questo valore è appunto definito sovrapersonale perché va oltre la dimensione dell’io, egocentrica, e apre la strada verso ideali superiori e sentimenti di amore incondizionato, che spesso, anche se non sempre, richiedono una dedizione totale. Da Jung, questa nuova fase dell’evoluzione umana è stata descritta anche come <> ed ha a che fare non più con l’io ma con l’archetipo del Sé. “La donna anima deve trovare il suo valore sovrapersonale non in un principio intellettuale ma in una esperienza più profonda della sua natura che la metta in contatto con la peculiare spiritualità della donna, col il principio femminile stesso” (Harding, 1947, pag. 41). Jung chiama questo principio Eros.

abuso-psicologico

Trasformazione di Kore in Persefone

Fra tutte le dee della mitologia classica, Persefone è anche quella dotata delle migliori potenzialità di crescita e quella, insieme ad Estia, che spinge verso una profonda vita intima e spirituale. Come avviene la trasformazione di Kore in Persefone? La donna, identificata in kore, prima o poi, dovrà fare i conti con la vita reale. La sua ingenuità la espone a forti traumi, a cui non riesce a sottrarsi, proprio come avviene nel mito: Ade rapisce Kore, in modo violento, improvviso ed inaspettato, strappandola per sempre dalla sua spensieratezza. Da quel momento in poi, lei sarà catapultata in un mondo che non conosce, con un uomo che non conosce e dovrà iniziare a fare i conti con la vita così com’è, senza inganni né illusioni. Inizierà, perché costretta dalla sofferenza e dal dolore, un viaggio profondo alle ricerca di se stessa, nel regno dell’Oltretomba. Tale discesa negli inferi, che simbolicamente allude al viaggio negli strati più profondi della psiche, può durare a lungo e se la donna non farà appello ad altre dee più attive e mature, cadrà nella depressione o in qualche forma di psicosi. Ma finché il malessere non la cattura del tutto, portandola al di là del mondo reale senza possibilità di ritorno, il trauma subito può essere la sua più grande opportunità di crescita e cambiamento. Infatti, quando si trova per la prima volta sola, la donna Persefone, così come la dea nel mito, è costretta a prendersi cura di sé; abbandonata e triste, Persefone ha finalmente la possibilità di trasformarsi, di vivere agendo in prima persona, di accettare di crescere, maturare e scoprire le proprie risorse interiori. Impara ad avere fiducia nel tempo che passa, che la invecchia per darle sempre maggiore saggezza. Fino a diventare la donna adulta, sicura della propria individualità e della propria esperienza. Utilizzando la sua ricettività innata, la donna Persefone può fare del suo soggiorno negli inferi un profondo percorso di conoscenza interiore, e più di altre donne, identificate in altri archetipi, acquisisce la capacità di discernimento, di intuizione e di grande dimestichezza con la propria interiorità. E’ così che si trasforma in Regina degli Inferi, in grado di entrare con naturalezza in empatia con l’altro, di cui riconosce e sa leggere le pieghe più profonde dell’anima. La donna Persefone deve integrare le amiche Atena, Artemide e Estia, tutte le dee vergini, perché da donna passiva, agita, possa diventare attiva e padrona di se stessa. Aspetto cruciale del mito è l’incontro con Ecate, la dea della notte, dei crocicchi e della Luna Nera. Signora dei segreti e della magia, Ecate svela a Persefone i misteri della vita e, una volta sulla terra, quest’ultima porta con sé la consapevolezza di un’altra dimensione, psichica e spirituale, con cui rimanere in contatto, e nella quale decide di ritornare senza più temerla. Il viaggio negli inferi è anche qui, dunque, un viaggio iniziatico, un viaggio verso il tesoro nascosto nei recessi più reconditi della psiche umana. Credo che per gli psicoterapeuti la discesa nell’Ade personale, sia di particolare importanza al fine di poter aiutare e accompagnare le persone che chiederanno il loro aiuto. Non possiamo esimerci dal fare noi, in prima persona, questa discesa in grado di rivelarci, nella sofferenza e nel dolore, il mistero della vita.

PersefonePiccola

Persefone e Psiche: interpretazioni simboliche

Persefone è una delle figure mitologiche più importanti e complesse dell’Antica Grecia. La trasformazione a cui va incontro la regina degli Inferi è profonda e richiama, come già detto, il viaggio della ricerca del Sé e del processo d’individuazione, come nella favola di Amore e Psiche, in cui la fanciulla, Psiche, sarà costretta a scendere negli Inferi e ad incontrare Persefone, nella quarta ed ultima prova, per ritrovare il perduto amore o Eros, l’elemento divino della sua natura terrena. L’anima, o psiche, si ricongiunge al corpo, o Eros. La discesa nell’Ade di Persefone rimanda anche alla conoscenza del ciclo naturale della bambina che attraverso la mestruazione diventa donna e al primo atto sessuale, quindi ad intense esperienze di trasformazione, cambiamento, perdita e sofferenza. La bambina deve abbandonare uno stato di sé per volgersi ad un nuovo, più maturo, stato. Il tema principale a cui il mito allude sembra dunque essere quello della morte e della rinascita, attraverso il passaggio nella sofferenza. Ritornando al mito di Eros e Psiche, anche lei come Kore, è costretta ad un matrimonio forzato, non voluto. Per Neumann, questo sarebbe un antico motivo primordiale, che richiama un aspetto centrale della psicologia femminile-matriarcale. “Dal punto di vista del mondo matriarcale, ogni matrimonio è un rapimento di Kore, il fiore virginale, da parte di Ade, il violento aspetto ctonio dell’ostilità maschile” (Neumann, 1989, pag. 46-47). Le nozze, come nozze di morte, sono archetipicamente al centro nei misteri femminili: esse rappresentano anche uno hieros gamos, o matrimonio sacro. Il carattere violento è dato dall’identificazione della donna, nella fase matriarcale, dell’elemento ostile con l’uomo. Infatti, l’aspetto principale della psicologia femminile è l’identitario rapporto tra madre e figlia: per l’uomo non c’è spazio in un rapporto del genere, se non come elemento disturbante. E non c’è spazio nemmeno per la verità della donna, che non è quella di essere legata per sempre a sua madre. Quando l’uomo si avvicina ad una donna, quest’ultima entra sempre in un destino di separazione. L’uomo, quindi, e il principio archetipico che egli comporta, è funzionale a ogni sorta di crescita, di trasformazione e di sviluppo del femminile. E’ bene a tal proposito considerare come il significato originario dell’atto sessuale, lontano da influenze culturali moderne, è fondamentalmente diverso per l’uomo e per la donna. Per l’uomo, esso è vittoria, conquista, lotta, soddisfazione del desiderio, per la donna è invece destino, trasformazione e profondo mistero della vita. Quest’atto implica per la donna contemporaneamente inizio e fine, cessazione dell’esistenza ed entrata nella piena realtà della vita. Solo alla donna, se è aperta ai fondamenti archetipici della vita, è concesso di vivere insieme verginità, compiuta femminilità e maternità nascente e cogliere in questo passaggio le profondità della propria esistenza. Per la donna, il passaggio da fanciulla-fiore a madre-frutto è estremamente delicato, specie se, come avviene nella modernità, si passa da una giovinezza libera da preoccupazioni a una vita scandita dalle regole della vita adulta e del matrimonio. Per raggiungere una maturità effettiva, che corrisponde per Kore, così come per Psiche, alla capacità di saper amare autenticamente, l’anima deve attraversare tutta una serie di difficili prove che la conducano alla capacità di guardare in faccia la realtà nella sua complessità e totalità. Superati ogni ostacolo, la fanciulla ormai è cresciuta, è diventata adulta, ha fatto esperienza dell’introspezione psichica, del viaggio dentro di sé. E’ saggia, perspicace, non teme la sua età, ed incontra finalmente, grazie ad Afrodite di cui è l’ombra, la sua sensualità e il suo Eros, abbracciando e accettando come compagno Ade. In tal modo, Persefone diventa l’aspetto più nascosto e segreto della dea dell’amore, Afrodite. La donna che di base ha l’archetipo Persefone può innamorarsi davvero, legarsi ad un uomo che non vede più come il suo rapitore, ma come colui che la risveglia da un sonno secolare e la riporta alla realtà terrena.

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Mito e religione orfica

Per E. Fossi, la figura di Persefone è importante anche sotto il profilo spirituale, in quanto appartenente alla cultura religiosa dell’Orfismo, nata nel VI sec. a. C. Persefone, insieme a sua madre Demetra, era, infatti, la figura centrale dei Misteri Eleusini, che per duemila anni, prima del Cristianesimo, furono i più importanti riti orfici religiosi dell’Antica Grecia, in cui si celebrava l’esperienza del Ritorno, o del rinnovarsi della vita dopo la morte. Gli antichi auspicavano in tal modo la crescita dei raccolti, la fertilità e l’abbondanza, con la coscienza del ciclico volgersi delle stagioni.

Il dio principale dell’Orfismo è Dioniso, figlio di Semele e Zeus, ma anche di Zeus e Persefone, da cui rinasce con il nome di Zagreo, che viene ucciso e smembrato nuovamente, come il primo, per poi rinascere. La concezione orfica dell’uomo è che esso abbia una natura duplice derivante dalla materia bruta delle ceneri dei Titani e dalla scintilla divina, l’anima, che porta Dioniso con sé. L’uomo deve espiare la sua natura titanica attraverso una “giusta esistenza” vivendo secondo le leggi di Dike e Nomos (Giustizia e Legge) per raggiungere così la scintilla divina attraverso l’iniziazione ai Misteri, di cui non è lecito parlare.

Persefone è la signora degli Inferi che guida le anime e che sceglie, per volere di Ade, chi andrà verso la Ruota di Moira, la via della Dimenticanza, bagnata dal fiume Lethe, detta la via di sinistra, e chi andrà verso la fonte di Menmosyne, detta la via di destra, dove l’anima può finalmente ricordarsi di sé e salutata, per tre volte, da Ade avviarsi verso il luogo di beatitudine. Tale posto è riservato solo a chi ha “scelto” di seguire Persefone nel regno Oscuro, il quale è dentro di noi, è quella zona inconscia in cui risiedono tutte le parti che abbiamo negato e respinto (l’Ombra). Esse sono anche il tesoro sepolto che spetta a noi andare a riprendere, discendendo nell’Ade, sicuri però di poter risalire; e per esserlo veramente, abbiamo bisogno di richiamare a noi Persefone, che è Colei che porta la luce nel Regno delle Ombre. Mi hanno colpito tanto le parole con cui Elda Fossi (2010, pag. 74) descrive Persefone, e dunque vorrei concludere con queste.

Persefone è la parte di noi che porta alla crescita attraverso il contatto con le oscure regioni dell’inconscio. Persefone è la parte anima, la parte ricettiva, che “sente” e muta in nuove forme, duttile come acqua. Persefone è la parte che sa contattare il sogno. Persefone è vitalità e potenziale della nuova crescita. Persefone è la primavera, cioè la capacità di rinascita ogni qual volta nella psiche si crea un buio inverno. Persefone è la spinta a trovare in se stessi la sorgente di spiritualità profonda che fuga la paura della vecchiaia e della morte.

 

 

ELINA VALENTI Psicologa cell. +39 3663770038

(Catania)

 

 

 

Bibliografia:

Bolen, J. S. (1984), Le dee dentro la donna, Astrolabio, 1991

Fossi, E. Persefone, La luce del buio, Moretti&Vitali, 2010

Jung, C. G. (1940), Psicologia dell’archetipo del fanciullo

(1941), Aspetto psicologico della figura di Core, Opere, vol. 9, tomo I, Boringheri, 1980

Harding, E. (1947), La strada della donna, Astrolabio, 1978

Neumann, E. (1971), Amore e psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo, Astrolabio, 1989

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