Da Inanna a Maria

mito

Seguendo la prospettiva junghiana, avviciniamo il mito (dal lat. mythu(m), a propria volta calco del greco μύθος)  tenendo conto di una doppia lettura. Da un lato, esso è l’espressione storica, il frutto e la manifestazione di ciò che Jung definì Coscienza Collettiva, che si esplicita in quell’orizzonte storico e culturale che arriva fino ai nostri giorni e che prende il nome di Patriarcato; dall’altro, il mito è un frammento d’infinito, un dato di verità, atemporale, valido in assoluto che ci permette di calarci nel profondo mondo della psiche per riemergere con potenti immagini cariche di senso. Non solo, dunque, ciò che il mito dice è importante, ma anche cosa nasconde, cosa cela dietro l’apparente congruità degli eventi, fino a scavare verso l’interno di quello che Jung ha chiamato Inconscio Collettivo. Grazie al mito, noi possiamo conoscere e ri-conoscerci; visitando gli dei, le dee dell’antichità e le loro relazioni, possiamo riconnetterci al femminile e al maschile di ognuno di noi e scoprire il particolare nell’universale, e viceversa.

 

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i Moso in Cina

 

Tutti i miti descrivono, al di là delle storie di superficie, dell’avvicendarsi di un potere su un altro più antico potere di ordine opposto ma in armonia con le forze oscure e splendenti della Natura. Per molti, i miti rimandano a quella lotta per la supremazia che il patriarcato ha condotto su di un ordine precedente: il matriarcato. Parlare di matriarcato, secondo la filosofa tedesca H. G. Abendroth, che ha condotto numerosi studi sulle popolazioni matrilineari ancora oggi esistenti ( v. i Moso in Cina), non implica un sistema di governo in cui “le madri dominano” (che sarebbe il rovescio del patriarcato), in quanto questo modo di leggerlo non sarebbe altro che la descrizione della cultura androcentrica in cui viviamo, quanto piuttosto implica un sistema di vita egalitario, definito anche di partnership, in cui l’uomo e la donna, avendo ciascuno compiti e ruoli specifici, collaborano spontaneamente per il benessere della comunità, in cui manca il senso di prevaricazione di un genere sull’altro, tipico di tutte le società patriarcali. La filosofa tedesca propone una più adatta traduzione di matriarcato con il significato di “all’inizio le madri” dal termine greco archè che concerne l’interrogazione dell’origine e dell’inizio. Questa tesi è avvalorata, secondo Reiner Eisler, dai motivi dell’arte cretese, dove gli affreschi mostrano uomini e donne che danzano insieme, e non episodi di guerra o conflitti, e spesso animali liberi e felici: dimostrazione questa della forte armonia con la natura e fra i sessi; inoltre anche la struttura dell’insediamento agricolo delle civiltà di allora, organizzate tutte su un piano e senza nessuna roccaforte, indicano un livello di vita armonico. Quindi è esistito un tempo di pace (che non significa assenza di morte o di malattia) caratterizzato dalla forte centralità del potere femminile (dell’uomo e della donna) che amministrava amorevolmente le terre e le relazioni fra le persone, secondo queste testimonianze. In quest’epoca, il sacro e il profano non erano separati, e tutto risuonava di magia e devozione. Le principali divinità venerate erano figure femminili, che racchiudevano in sé caratteristiche celesti e terrene, solari e lunari, amorevoli e distruttrici, proprio come la Natura, che è al contempo tutte queste cose insieme. I tanti reperti archeologici portati alla luce, per prima, da M. Gimbutas, nella seconda metà del ‘900, hanno determinato un cambiamento nella descrizione della storia dell’umanità, finora raccontata.

L. Percovich in Oscure Madri Splendenti mette in risalto le principali divinità femminili esistite prima dell’avvento del patriarcato, per arrivare alle radici del sacro e delle religioni mostrando i più importanti miti delle culture preindoeuropee. L’autrice si chiede quale cambiamento generi in noi la conoscenza di un universo femminile sacro e religioso: quali conseguenze ha nella psiche di uomini e donne la consapevolezza di un divino femminile? E inoltre, quali sono le caratteristiche primeve di queste dee antiche? Per rispondere, indagheremo la figura di Inanna, prendendo spunto dal secondo capitolo del libro della Percovich, titolato Da Inanna a Maria.

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L. Percovich e M. Gimbutas

Inanna, regina del cielo e della terra, è la dea più antica tra tutte le divinità femminili venerate di cui è stata trovata traccia scritta. I lunghi e meravigliosi inni a lei dedicati rivelano i travagli e le diverse vicende che la portarono a scendere giù dal cielo fino agli inferi, per poi risalire. Tema, questa della discesa nel regno dei morti, molto presente nell’antichità, se pensiamo ai tanti viaggi compiuti in questo luogo soprattutto da dei ed eroi. Ma questa, come abbiamo visto, è solo la storia che ci hanno sempre raccontato. In realtà, la prima discesa negli inferi è da attribuire ad una dea, alla dea Inanna appunto. Chi era la splendida e gloriosa Inanna? Alta come il cielo, ampia come la terra, forte come le fondamenta delle mura della città, Inanna è una tra le figure di spicco della mitologia sumera (IV millennio a. C.). Più tardi, i babilonesi la chiameranno Ishtar, e i greci Afrodite o Demetra. Di lei, veniamo a conoscenza grazie ai numerosi scritti che diversi poeti sumeri e accadici hanno lasciato sulla sua vita e sulle sue avventure celesti, terrestri e sotterranee. La caratteristica principale del mito sono le sue discese, prima dal cielo sulla terra, in cui opera una trasformazione da dea celeste a donna, e poi dalla terra nel mondo infero, dove si spoglia completamente di tutti i suoi attributi corporei e materiali per risorgere nuovamente. Kramer e Wolkestein hanno ordinato, ricostruito e tradotto, grazie ad un paziente lavoro durato più di 50 anni, il famoso Ciclo di Inanna costituito da frammenti che risalgono fino agli inizi del 3000 a. C. quando nella città di Uruk, in Mesopotamia, fu costruito un tempio in suo onore. Il Ciclo di Inanna è il più antico poema epico che si conosca, da cui poi sono state tratte altre narrazioni, come per esempio quelle di Gilgamesh, che qui appare come fratello di Inanna, ovvero come una figura secondaria seppur importante. Questo ciclo veniva cantato durante i riti del matrimonio sacro (ieros gamos), riti che venivano celebrati per assicurarsi la fertilità della terra, tramite l’unione sessuale tra una sacerdotessa della dea (ierodula) e un pastore che diveniva così “re per un anno”, il quale aveva il compito di garantire prosperità al suo popolo. Tutto questo era necessario per riattivare un nuovo ciclo stagionale della vita, ispirato da Inanna che scesa dal cielo prendeva in sposo il pastore Dumuzi, durante l’equinozio d’autunno.

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La descrizione del mito di Inanna, nel ciclo a lei dedicato, segue l’archetipo della dea lunare: fanciulla ( archetipo della vergine – fase della luna crescente); donna matura al pieno della sua qualità generatrice ( archetipo della madre – fase della luna piena); ed infine la vecchia e la donna morente, quando scende nel regno di sotterra ( archetipo dell’incantatrice e della strega – fase della luna calante e della luna nuova). Prima Inanna abita nel Dilmun, una dimensione sovraumana, dove è regina; scesa sulla terra, Inanna fa piantare l’albero di huluppu ( considerato da allora e nelle mitologie successive come l’asse che unisce i tre mondi: la terra, il cielo e il mondo invisibile) nel suo giardino. Da quest’albero, Inanna spera di ricavare il proprio trono ma non può farlo in quanto esso è abitato da un serpente, da un uccello ( con la testa di un leone e le ali di un’aquila) e da Lilith. Allora chiede aiuto al fratello che libera l’albero da quegli ospiti oscuri, ed Inanna può finalmente costruire il suo trono. E’ come se la dea in questo modo, si fosse liberata degli aspetti arcaici del femminile, grazie all’incontro con il maschile. Successivamente, Inanna compie un ulteriore discesa più a sud dove incontra il padre Enki, che abita a Eridu. Enki è il dio della sapienza ma alla visita di Inanna tiene un banchetto in cui si ubriaca, e una volta ebbro dona i principi ordinatori ( i me) della civiltà a sua figlia. Inanna torna a casa soddisfatta dei doni ricevuti da Enki, che, tornato sobrio, reclama tutto quello che aveva precedentemente concesso alla figlia la quale non ha nessuna intenzione di restituire ciò che gli ha regalato. Adesso la dea desidera condividere quello che ha ottenuto con un marito e, tornata a casa, sceglie su consiglio della madre Dumuzi, il pastore con il quale, per un primo periodo, condividono il bastone del comando. Forse per commozione, forse per pietà, Inanna lascia il trono al consorte e decide di scendere nel regno dell’oltretomba per far visita alla sorella Ereshkigal, esiliata in quel luogo dal nuovo ordine patriarcale. Ereshkigal prova una forte invidia e disperazione per Inanna, che ancora regna felice ed insieme ad un compagno che la ama e così decide di ingannarla. Il viaggio nel regno di morti è contrassegnato dall’attraversamento di sette cancelli, lungo i quali ogni volta Inanna dovrà spogliarsi di un suo avere, fino ad arrivare completamente nuda davanti agli occhi della terribile sorella, che senza alcuna pietà la fa percuotere e appendere ad un chiodo, morente. Nel frattempo, la compagna fidata di Inanna, Ninshubur la aspetta fuori all’ingresso del mondo degli inferi, e non vedendola più tornare, dopo tre giorni e tre notti, corre a chiedere aiuto ad Enki, il quale nel frattempo la aveva perdonata. Dopo diversi accadimenti, Inanna può far ritorno nel mondo superiore ma ad una condizione: qualcun altro dovrà prendere il suo posto. Una volta a casa, Inanna nota con molto dispiacere che il compagno, così tanto amato in precedenza, non ha affatto sofferto la sua morte, anzi ha preso il suo posto con molta disinvoltura. Così Inanna adirata decide che sarà proprio lui a prendere il suo posto. Dumuzi viene trascinato con forza nell’Irkalla, per la sua ambizione e per aver tradito l’amante. Infine, Geshtinanna, sorella di Dumuzi, si offrirà di scendere nel mondo ctonio al suo posto, ottenendo così per sei mesi la liberazione del fratello che potrà tornare da Inanna che lo perdona. Questo tema della discesa e risalita dal mondo infero è ricorrente in altri miti, in particolare in quello di Demetra e Kore, ed entrambi ci parlano dell’inevitabile morte invernale che segue ogni primavera. Il consorte della dea deve morire sei mesi l’anno, così come le messi devono essere tagliate e raccolte per poi ricrescere. Solo accettando di stare a contatto con la morte, il re potrà poi governare insieme alla sua sposa. Gli uomini non hanno ancora preso il potere sulla terra e sulle donne, tanto che per esercitare il loro potere essi vengono scelti dalla sacerdotessa della dea. Successivamente strapperanno questa prerogativa alle donne, sottomettendole, e attraverso quella che è stata definita da Jung “una interessante inversione del fatto biologico” si faranno unici detentore del potere.

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tavolette sumere del Ciclo di Inanna

Il ciclo di Inanna è dunque una straordinaria testimonianza storica di un passaggio decisivo della storia del rapporto tra i sessi, in un periodo in cui vi è ancora la presenza di un potere antico del femminile, e delle donne, adesso, per lo più celato. L’antico regno della dea si è trasformato, dice L. Percovich, da regno della “natura selvaggia” a lussureggiante giardino coltivato. Nuovi bisogni e nuove istanze psichiche vengono a configurarsi nel ruolo e nel riconoscimento della figura del re. Ancora per molto tempo, i re saranno tali per elezione, e non per diritto di nascita, grazie alla loro legittimazione a governare conferitogli dalla ierodula, attraverso il matrimonio sacro, lo ieros gamos. In seguito, le ierodule verranno rapite e costrette ad unirsi con un uomo (v. il rapimento di Kore). La potenza del mito di Inanna sta tuttavia nel fatto che è sempre lei a decidere: è lei che decide di piantare l’albero di huluppu; lei che lo fa abbattere; è ancora lei che decide di scendere negli Inferi. E così Inanna si trasforma: da grande dea panica a dea regolata e regolatrice dei cicli annuali e delle loro fasi che permettono il rigenerarsi delle forze della vita dopo aver attraversato la morte. La discesa negli inferi di Inanna rappresenta poi il primo percorso iniziatico nell’aldilà, che verrà ripreso dai più valorosi eroi greci, fino a Dante nella Divina Commedia. Inanna apre la via e mostra il significato nascosto: bisogna attraversare sette porte dell’oltretomba, a ognuna delle quali lasciare qualcosa di sé, e spogliarsi fino a rimanere completamente nudi. Chiunque intraprenda questo viaggio dovrà abbandonare ogni suo possesso, spogliarsi di ogni pregiudizio, solo così troverà le risposte che cerca. Una volta messa a confronto con tutta se stessa, potrà risalire nel mondo diurno e vivere a pieno la vita, perché avrà compreso e visto anche gli aspetti più dolorosi di essa. La discesa nell’Ade, da qui in poi, diverrà metafora del viaggio nell’inconscio e nella propria parte dimenticata, dove poter trovare risposta o cura al proprio male, attraverso l’incubazione del sogno.

Nella Bibbia, il rovesciamento patriarcale comporterà la cancellazione di molti significati inerenti l’universo politeista: i simboli che rimarranno saranno tutti interpretati in modo coerente al nuovo ordine e collocati in una trama più consona. Maria, che piange per il figlio morto per la salvezza del mondo, prende il posto di Inanna, che piange per il compagno. Sono tanti i miti e le storie narrate sui temi elencati. Ricordiamo quella di Iside e Osiride, che viene ucciso da Seth, il fratello-rivale spesso raffigurato come un cinghiale. Iside, la sposa-madre, cerca di ricomporre il corpo dello sposo-figlio, fatto a pezzi da Seth, e quando lo fa l’unico pezzo mancante è il fallo che il fratello ha buttato nel fiume Nilo, considerato sacro dagli egiziani, perché in grado di fertilizzare le terre aride e sabbiose del deserto. Anche, in Grecia, Zeus, dopo essere stato salvato dalla madre, Rea, ed unitosi a lei, diventa Dio dell’Olimpo. In Anatolia, abbiamo la dea Cibele che fa coppia con Attis, i quali fanno parte di un mito molto interessante che  dall’Asia raggiunge l’Europa, fino ad arrivare a Roma, nel periodo dell’imperatore Augusto e Claudio. A Cipro, la coppia è invece formata da Afrodite e Adone, anche lui ucciso da un cinghiale come Osiride. Qui, lo svolgimento del mito è molto più complesso, e si lega all’evirazione maschile e alla nascita del clero maschile. In una variante del mito di Cibele e Attis, quest’ultima decise di essere castrato per non tradire la dea. Appare evidente, in molte di queste storie, come il passaggio verso il potere maschile, sia avvenuto dolorosamente e attraverso un lento processo di sostituzione, in cui l’uomo all’inizio dovette imitare le donne e perfino il loro corpo: il rituale dell’evirazione, ne è per tutti un esempio. Infine, riportiamo il mito di Anahita, dea della fertilità e dell’acqua nell’Antica Persia. Anahita, dea dell’amore e della guerra, fa parte di una triade e il suo sposo è Mithra, spesso rappresentato come un toro. Piano piano, Mitra si trasforma in Mithra, signore della luce celeste, accentrando su di sé tutte le prerogative della dea consorte.

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Edmund Dulac, Afrodite e Adone

Per concludere, la storia di Inanna, così come quelle di Iside, Rea, Cibele, Afrodite, Anahita, e molte altre, ci parlano di un universo simbolico femminile molto ricco, esistente ancor prima di qualunque dio-eroe maschile. Ci parlano di una Grande Madre, dea del cielo, della terra, e degli inferi, una e trina allo stesso tempo, che tiene in sé aspetti maschili e femminili e che solo dopo molti millenni, verrà sostituita dal Dio Padre, che assorbirà in sè tutte le qualità della dea, tra cui anche il suo essere triplice (nella formula del padre, figlio e spirito santo). Tutte le testimonianze riportate, nel secondo capitolo del libro della Percovich, presentano un aspetto duplice: da un lato, ci parlano di un potere sacro del femminile, legato ad una visione ciclica della vita e dell’universo, in cui ogni cosa nasce, cresce, muore e risorge, come avviene in natura. Dall’altro, ci parlano della lenta, sanguinosa ed inesorabile transizione da uno stile di civiltà ad un altro, in cui l’uomo prenderà sempre più possesso della donna e della terra, credendosi più potente della Natura. Forse bisognerebbe riscoprire il potere della natura, come forza che ci determina e caratterizza ma che non possiamo governare perché segue leggi proprie, alle quali siamo inevitabilmente assoggettati. E farci guidare da essa, come se fosse la nostra madre, benefica e tremenda insieme.

Bibliografia

 

  1. Giorgi, S. Il mito di Inanna. Amore e potere al femminile nel patriarcato, Aracne Editrice, 2015
  2. Monaghan, P. Le donne nei miti e nelle leggende. Dizionario delle dee e delle eroine, Red, 1987
  3. Percovich, L. Oscure Madri Splendenti. Le radici del sacro e delle religioni, Venexia, 2007

 

 

 

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