L’affettività come base del pensiero

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Esiste una complementarietà tra universo maschile e femminile, che si traduce in codici linguistici, sociali, culturali e psicologici differenti ma necessariamente interagenti. L’aumento dei conflitti relazionali è tuttavia un segno evidente di una mancata conoscenza dell’unicità di ciascun codice e allo stesso tempo dell’importanza della loro reciproca connessione. Esiste una scarsa valorizzazione delle differenze dell’altro, anzi addirittura una tendenza all’eliminazione della differenza, che porta a misconoscere, nonostante l’accesso sempre più ampio alla conoscenza, l’essenza di chi siamo realmente (mistero che non può essere mai del tutto svelato), nascosta nei meandri più reconditi della psicologia umana. L’accesso alle profondità della psiche è possibile da una riscoperta del femminile insito in ciascuno di noi, uomo o donna, perché esso è collegato all’inconscio, alle emozioni, all’intuito, che sono sottovalutate nella nostra cultura. Tale riscoperta però deve necessariamente passare dall’instaurare un dialogo fecondo con la sua controparte maschile (il conscio, la razionalità, il pensiero), in un movimento di differenziazione dinamica.

Questo piccolo e breve articolo è l’inizio di un dialogo tra elementi femminili della psiche e elementi maschili, e non solo, è anche uno spunto di riflessione, un pensiero aperto su come nella nostra cultura si declinano tali aspetti, pensiero che mi piacerebbe portasse a nuove considerazioni e ad altre opinioni in merito. L’argomento è sicuramente ampio e molto ricco, ma a questo punto vorrei iniziare parlandovi di cosa è il pensiero al femminile, unendo questi due termini che sembrano così distanti.

PENSARE al FEMMINILE

Pur vedendo lo stesso mondo, noi lo vediamo con occhi diversi

V. Woolf

Unire la voce pensare alla voce femminile non è facile. Il pensare è più spesso associato al maschile: il pensiero è sessuato, perché descrive le cose solo da un punto di vista, assunto come unico. Viviamo immersi in una cultura in cui tutto è declinato al maschile, dove l’altro sesso, la donna, risulta non essere, assente. La storia non solo è narrata al maschile, ma tutti i suoi protagonisti sono uomini. Le donne, che hanno influenzato la storia sono tante, ma non menzionate quanto gli uomini perchè soggiornano da sempre nella penombra di quel luogo che si trova “dietro” non davanti né accanto, bensì dietro l’uomo.

Irigarey, filosofa della differenza sessuale, sostiene che l’uomo ha descritto la donna come un non-lui: nella cultura patriarcale, quella in cui viviamo ( in realtà adesso saremmo nel post-patriarcale, secondo alcuni) e che persiste da oltre duemila anni, la donna è assoggettata al potere dell’uomo, e a questa forma di dominio ella ha in qualche modo contribuito. Se la civiltà è nata dall’uccisione della madre, se si fonda su un matricidio, così come la filosofa belga ha evidenziato in un’interpretazione del mito dell’Orestea, ristabilire l’ordine simbolico della madre è di sicuro vantaggioso per le donne che ancor oggi vivono in una posizione subalterna. Ma cosa significa ristabilire l’ordine simbolico della madre? Per Luisa Muraro, la madre rappresenta la possibilità di imparare un linguaggio antico e primordiale, quello legato al corpo e alle emozioni: un linguaggio che si connota di vissuti e di esperienze affettive uniche, che rappresenta lo spirito incarnato. Questo linguaggio è importante tanto quanto l’altro, quello del padre. Mi preme sottolineare la complementarietà dei due sistemi linguistici, simbolici, psicologici. Quello paterno introduce la legge, l’ordine, la razionalità. Il padre ( non mi riferisco alla persona reale, fisica, ma alla funzione paterna) promuove l’adattamento alle regole sociali che impongono un allontanamento dalla relazione materna, di tipo simbiotico-fusionale, per aprirsi al terzo, all’alterità ed individuarsi, cioè diventare ciò che si è (per Jung), o soggettivarsi (per la psicoanalisi contemporanea). La madre ( lo stesso discorso che col padre) insegna a districarsi nel mondo affettivo, dei corpi e delle relazioni, ci parla di legami, connessioni, e soprattutto di amore. Certo, può trasformarsi in relazione avviluppante e castrante, come le cosiddette madri-piovra tipiche del Mediterraneo dimostrano, specie se il femminile materno non è ben individuato, come è probabile che sia, viste le condizioni storiche e sociali in cui viviamo. Ma le cose anche qui pare sembrano cambiare, pian piano.

Il “linguaggio” materno viene prima di quello paterno, e forse è per questa primordialità che lo abbiamo sacrificato, dimenticato, per il suo essere tipico di una fase storica (o forse sarebbe meglio dire preistorica) dell’evoluzione, filogenetica ed ontogenetica, di cui tutti hanno paura o nostalgia. Nelle loro differenze, i due linguaggi dimostrano la loro straordinaria unicità. Per quanta importanza si è data e si continua a dare al pensare logico-razionale, plurispecialistico, calcolante, rigido e separatorio, tipicamente maschile (e qui mi riferisco sempre ad un’energia appartenente sia all’uomo che alla donna), non bisogna dimenticarsi delle radici dalle quali proveniamo, dell’origine. Ognuno deve saper riconoscere che la potenzialità dell’astrazione metafisica ha il suo radicamento nel corpo della madre, che è la materia di tutte le cose; culla della coscienza che se non viene riconosciuta ed amata rimarrà terra oscura ed ignota. La relazione con il materno, con l’utero dal quale nasciamo, che accoglie la vita e genera anche la morte, che contiene in sé il mistero della creazione è fondante e fondamentale ogni atto psichico superiore. F. Fornari parla di codice materno e codice paterno: entrambi si comportano come una coppia feconda solo se il conflitto emergente fra i due non distrugge né l’uno né l’altro, se imparano a conoscersi e a dialogare. Il dialogo è difficile ma possibile e soprattutto necessario. La riscoperta del femminile, associato alla capacità di sentire, di ascolto, di accoglienza e di sintonizzazione emotiva è per molti versi imprescindibile affinchè questo dialogo possa concretizzarsi, sia per la donna che per l’uomo, in quanto apre a quella modalità del “prendersi cura di”, a quella presenza accogliente, morbida e fertilizzante che solo l’energia femminile può dare. L’unione di mente (maschile) ed emozione (femminile) caratterizza un pensare autentico, sia di uomini sia di donne. Poiché, come Jung osserva, il fondamento della nostra personalità è l’affettività, non esisterebbe pensiero che non si fondi su questa. Bion parla di contenitore/contenuto per descrivere la relazione madre/bambino che forma ed informa la struttura pensante di quest’ultimo, a partire da quegli elementi beta, che saranno trasformati in elementi alfa, grazie alla funzione di reverie della madre, che è il contenitore primo di tutte le possibili capacità di pensare. E’ la madre che permette l’instaurarsi del pensiero, il contenitore dove questo pensiero possa diventare contenuto. Lo stretto collegamento femminile/pensiero, e quindi femminile/maschile, sembra esistere fin dai primordi della vita psichica ed è molto più forte di quanto noi in realtà sappiamo. E’ allora fondamentale riconoscerlo e prenderne coscienza, piuttosto che optare per una scissione violenta e separatista a cui la cultura attuale pare invogliare. Sul pensare poi tante riflessioni mi vengono in mente, una in particolare emerge dalla rilettura di uno dei più grandi autori dell’esistenzialismo tedesco, Martin Heidegger.

SUL PENSARE AUTENTICAMENTE

In realtà nessuna consapevolezza è possibile senza il fuoco dell’emozione e del dolore

L. Von Franz

Molto probabilmente se i pensieri perdono di autenticità è perché la separazione tra elementi mentali e corporei, fra ordine simbolico della madre e del padre, tra femminile e maschile, fra emozione e pensiero, fra conscio ed inconscio è tanta, troppa. I pensieri, che non poggiano su nessuna base emotiva, o che hanno una base emotiva alterata, sono pensieri vuoti, superficiali, disarmonici. A me sembra che oggi abbiamo perso l’autenticità del pensare, perché immersi fin troppo nell’era della tecnica in cui la saggezza scarseggia, come Galimberti, più volte, ricorda. Un pensiero troppo maschile, che non tiene in considerazione il femminile, tende al dominio su tutto e a distruggere tutto. Forse dovremmo mettere in discussione la nostra capacità di pensare quando questo è disgiunto da una base affettiva che lo sorregge. In Che cosa significa pensare? Heidegger (Saggi e discorsi, 1954) afferma che per capire cosa significa pensare dobbiamo essere preparati ad imparare a pensare, cosa che ammette l’idea che non siamo capaci di farlo, e quindi ci richiama come prima cosa all’umiltà. L’essere umano è l’essere razionale per eccellenza, in cui la ragione si dispiega nel pensare. Eppure questo non implica di per sé il fatto che egli lo sappia fare. Esserne capaci – dice H. – significa lasciare accedere a noi qualcosa nel suo essere e custodire questo accesso. Ciò che accede a noi è sempre qualcosa che amiamo che è a sua volta qualcosa che, di per se stesso, già ci ama perché ha un’inclinazione per noi nella nostra essenza. Questa inclinazione è ciò che ci richiama all’essenza e ci mantiene in essa almeno fino a che noi ri-teniamo ciò che ci tiene. Ritenere è la capacità di raccogliersi del pensiero, che H. chiama Mnemnosyne, in onore alla dea greca: essa si esprime con la facoltà di tenere in mente ciò che va considerato e considerarlo implica offrirgli il nostro pensiero perché lo amiamo. Quando parliamo di amore entriamo sempre nel mistero, e dunque nel femminile, e nello specifico qui si parla di unione tra pensiero e affettività come base imprescindibile di un pensiero autentico. Ma H. va oltre e si domanda che cos’è il considerevole. Il considerevole si sottrae all’uomo, cioè si mantiene da sempre in un distoglimento determinato da un precedente probabile avvicinamento. Ciò che si allontana da noi, il dà pensare che si sottrae, ci attrae a sé e ci mette in marcia verso di esso. Siamo sempre “in marcia verso” e additiamo continuamente ciò che a noi si sottrae. Quindi l’uomo è tale in quanto essere che indica il sottrarsi stesso, che indica una mancanza. L’uomo è quella mancanza stessa. Riprendendo Holderlin, H. ricorda i suoi versi: <>. Abbiamo dimenticato la lingua: la lingua materna, quella degli affetti, della poesia e dell’arte.

Tra la poesia e il pensare continua H. esiste un abisso ma entrambi, seppur con parole differenti, possono riuscire a dire le stesse cose, solo quando però <>. << Chi ha pensato il più profondo, ama il più vivo>> dice Holderlin, sempre ricordato da H. Quindi l’amore sta in chi ha profondamente pensato, sostiene ancora il grande filosofo tedesco. E cosa significa pensare profondamente? Immergersi totalmente nell’elemento del pensiero. E poi attendere che il dà pensare si rivolga a noi, dove questo attendere non è quiete e passività, bensì è un errare, un movimento errante verso ciò che è sconosciuto. Ancora una volta, ritorna la stretta connessione tra pensare e femminile (lo “sconosciuto”).

Penso che la scissione tra elementi emotivo-affettivi ed elementi logico-razionali, tra arte e scienza, tra Eros e Logos sia un grande problema per la nostra società. Se vogliamo un pensare più autentico e una società più umana abbiamo bisogno, prima di tutto, di operare in noi questa riappacificazione e vivere della miscellanea di poesia e pensiero, di emozione e logica, di femminile e maschile. E mi auguro che ciò accada sempre più.

 

ELINA VALENTI Psicologa cell. 3663770038 (Catania)

 

mnemosyne

Saluti 🙂

Bibliografia

Cazzullo, A. Le donne erediteranno la terra, Mondadori, 2016

Cristiani, E. (a cura di), Femminile & Maschile. Tra nostalgia e trasformazione, Atti del IX convegno Nazionale del CIPA, Vivarium Milano Editore, 1997

Heidegger, M. Saggi e discorsi, Mursia Editore, 2014

Jung, C. G. Opere. Vol. 7, Due testi di psicologia analitica, Bollati Boringhieri, 1993

Irigarey, L. Sessi e genealogie, Dalai Editore, 2007

Muraro, L. L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 2006

 

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